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Warren St. John Rifugiati football club Neri Pozza, 2009 Il giornalista Warren St. John racconta con entusiasmo, rispetto ed attenzione un incontro inaspettato ma estremamente fruttuoso nel sud degli Stati Uniti, quello fra una giovane donna determinata e un gruppo di ragazzi, tutti uniti dalla passione per il calcio. A rendere particolare la situazione è il fatto che i ragazzi provengono da famiglie di rifugiati trasferite a Clarkston da ogni angolo del mondo nell’ambito di un progetto ONU; la piccola città nei pressi di Atlanta non è pronta ad accogliere improvvisamente un grande numero di stranieri e i giovani rifugiati catapultati in una realtà spesso ostile trovano nella squadra una passione condivisa, l’occasione di stringere amicizie, nonché una pausa di gioco, di “normalità”, rispetto agli orrori da cui sono fuggiti. La loro allenatrice, Luma, anch’essa immigrata lontana dalla sua terra di origine, la Giordania, ha saputo dar loro dei principi, qualcosa per cui lottare. È esigente, severa nelle punizioni e pretende che i ragazzi seguano corsi di recupero unitamente agli allenamenti, ma le brusche reazioni iniziali dei giovani si trasformano in stima, affetto, dedizione. Warren St. John segue ogni partita e al tempo stesso ricostruisce le storie personali dei giocatori, le condizioni economiche e sociali dell’ambiente in cui la squadra nasce e si sviluppa, l’ottusità e il razzismo di molti, l’appoggio e la solidarietà di altri. E il lettore non può impedirsi di venir coinvolto in ogni incontro, di aspettare con ansia il risultato, di esultare per la vittoria di una squadra senza veri scarpini ma con un coach sempre presente – in campo e fuori –, di tifare per i Fugees. Il libro è un omaggio allo sport e alla capacità di questa incredibile donna di creare dal nulla una possibilità, e lo sguardo attento del giornalista sembra trasmettere, con uno stile chiaro ed accattivante, le emozioni dello sport, della vittoria conquistata con fatica, di obiettivi raggiunti con impegno, di una felicità possibile attraverso il gioco di squadra. La pubblicazione sul New York Times degli articoli sui ragazzi di Luma e l’uscita del libro hanno contribuito notevolmente ad attirare l’attenzione del pubblico e degli sponsor che tuttora permettono alla squadra di crescere e continuare il proprio percorso. È una storia appassionante, e chi, una volta chiuso il libro, restasse con la voglia di saperne di più, può consultare il sito dei Fugees, che non a caso si chiama www.fugeesfamily.org . Le regole dei Rifugiati: Mi comporterò bene in campo e fuori Non fumerò Non mi drogherò Non berrò alcol Non metterò incinta nessuna Non dirò parolacce I miei capelli saranno più corti di quelli dell’allenatore Sarò sempre in orario Ascolterò l’allenatore Mi impegnerò al massimo Chiederò aiuto Voglio far parte dei Fugees! Elena Pellicciotti
Prima di sparire di Mauro Covacich (da 'Liberazione' del 18-05-08) Einaudi, pp. 277, 16,00 euro. Si può cancellare la memoria come se fosse una parte removibile della nostra mente? Si può dimenticare ciò che è uscito dalle nostre vite, ciò che abbiamo abbandonato, che abbiamo lasciato andar via, allontanato per mancanza di amore, di passione o di interesse? Nel suo ultimo libro Prima di sparire Mauro Covacich percorre l’estremo tentativo di raccontare i mesi che precedono un abbandono, le lacerazioni, le paure, il dolore che un amore nuovo porta nella vita di un uomo, l’insensatezza della fine, tanto più crudele, amara, disgustosa quanto più definitiva e immotivata come solo l’amore riesce ad esserlo, quando finisce. Terza prova di una quasi-trilogia iniziata con A perdifiato, piccolo capolavoro razionalistico sull’imperfezione dei rapporti umani proseguita con Fiona, romanzo sul disagio e la difficoltà di essere se stessi nella nostra società delle apparenze, quest’ultimo libro di Mauro Covacich si pone rispetto ai precedenti in modo ancora più netto l’obiettivo di indagare l’io, l’identità, la soggettività. La storia di Mauro, scrittore affermato, sposato con Anna una restauratrice con cui da anni si scambia la felicità quotidiana, si trasforma d’un tratto, con l’apparizione di Susanna, vestale prima, poi amante, infine compagna, nella storia di un abbandono. Da questa traccia principale si snoda una seconda filiera di eventi, sentimenti, tradimenti, quelli di Maura e Sandro al centro di una seconda storia extra-coniugale e quelli di Dario Rensich marito di Maura, artista performer, alter ego del protagonista della prima storia. Due binari narrativi quindi che scalzano di continuo il lettore dalla comodità di una storia lineare. In effetti l’impianto del libro è solo apparentemente semplice: “Questo libro l’ho scritto di nascosto. Non avevo scelta, confessare agli altri quello che stavo facendo mi avrebbe impedito di farlo liberamente. Ecco la prima differenza tra persone e personaggi”, così dichiara Covacich nei ringraziamenti. Come a dire che di forma diaristica si tratta e non di romanzo. Ma una dichiarazione di autenticità non è forse già una negazione di autenticità? E il triangolo tra Dario Rensich Mauro e Sandro, tutti e tre già personaggi dei due precedenti romanzi, non è forse l’omaggio ad una linea narrativa di finzione che Covacich ritiene evidentemente ineludibile? Ancora, se Mauro Covacich è uno scrittore di romanzi e quello che abbiamo tra le mani è indubbiamente una prova di letteratura, perché fa di tutto per farci credere che si tratti di un’autobiografia? Facciamo un passo indietro. La memoria raccoglie, lega e conserva i momenti dell'esistenza, non li interpreta ma li tiene uniti, li collega e li tiene collegati. Ma quali sono i momenti dell’esistenza che scegliamo di collegare tra loro, cosa decidiamo di ricordare e come lo facciamo? Covacich non ha il problema di rispondere a queste domande, ma il suo personaggio Mauro (Covacich?) se ne trova - pur tuttavia - totalmente immerso dentro. Ci sono pagine molto belle sul ricordare, pagine in cui il passato rivissuto si ribalta misteriosamente in un desiderio di futuro, come se nel passato a guardar bene ci sia già anche la nostra storia che sarà. Tra tutte quella in cui Mauro, ancora in bilico tra Anna e Susanna, ragiona così: “Ecco in questo momento Anna mi vede. E io vedo negli occhi di Anna. Avremo altre occasioni? Vedo una ragazza che si lascia baciare alla festa del mio ultimo giorno di servizio civile, quattordici anni fa. […] Vedo noi due qualche anno più tardi, io vestito da supplente di filosofia, lei sopra di me, chiusi nella sua Uno bianca in mezzo ai magredi. Vedo l’autoscatto che sta sul comodino di mia madre, un angolo in basso coperto dal dito, le onde marine del lago Michigan dietro una coppia di esseri umani sorpresi dal sole, dal vento, dalla loro stessa gioia. Avremo altre occasioni?”. Che sia davvero ormai così difficile, come sembra dai ragionamenti che fa Mauro, superare lo sgomento di non avere più la volontà, la passione, la costanza di condurre la propria vita sulla base di pochi alcuni valori definiti? O piuttosto, quello di Covacich, non va letto come un omaggio alla letteratura e alla forza che ancora possiede, anche in tempi di disamore e smemoratezza come quelli che viviamo, di costruire una storia di sé di cui non ci si debba vergognare? M.S.
Le ragazze di Ventas di Dulce Chacón Neri Pozza Editore, pp. 351, 16,50 euro. Ho letto questo libro in pochi giorni, a differenza di altri, belli allo stesso modo, che però richiedono tempo di lettura. Il libro è scritto bene, una storia corale di donne in carcere e di donne fuori del carcere, sorelle, madri e figlie che ruotano intorno a queste ultime: tante voci che raccontano le vicende delle donne repubblicane che combatterono contro Franco e la dittatura e persero, colte nell’immediato dopoguerra, quando in tanti erano appena stati uccisi o imprigionati, e tanti erano ancora alla macchia o cercavano di espatriare. Lo raccomando soprattutto per le vicende che racconta, che ci riportano un’epoca, la sua borghesia, i silenzi, la repressione feroce, i mercati, i panni sui balconi, le chiese di Madrid, la tortura, le organizzazioni che tentarono un’inutile resistenza, la paura ovunque, la fame, le fucilazioni, il lavoro quotidiano, la resistenza e l’apatia, la geografia di una capitale, e alcuni momenti cruciali, vividi negli occhi e le voci di tante donne di molte età quasi tutte di umili origini. La scrittura non è tagliente, affilata, anzi è una scrittura morbida, semplice a suo modo, circolare quasi, come la struttura che l’autrice usa per raccontare come in una polifonia le storie intrecciate delle donne in carcere e di quelle fuori. Le storie si rincorrono, si avvicendano, si anticipano, intorno al famigerato carcere femminile di Ventas, voluto da una direttrice progressista negli anni trenta come carcere modello per 450 detenute e che giunse ad ospitarne 4000 mila negli anni immediatamente dopo la conclusione della guerra civile. Ci sono alcuni personaggi maschili intensi in questo universo di donne. Sono però meno importanti dei personaggi femminili, tutti, dalle voci protagoniste a quelle delle secondine, carcerate, staffette. L’autrice usa una tecnica accorta per tenerci, noi lettori, al filo del suo racconto. Inizia spesso i brevi capitoli eleganti che compongono il libro con “La donna che non sapeva di dover morire”, “La donna che invece non sarebbe morta”, “La ragazzina che… “. Crea così un universo di donne e di destini allo stesso tempo, dove quello che queste donne dicono e fanno diventa più grande, più importante, quasi, senza rovinare nessuna suspense perché è della Storia che Dulce Chacón racconta, che sappiamo già come sarebbe andata a finire. Francesca Pellicciotti
'Se consideri le colpe' di Andrea Bajani Einaudi, 2007, pp. 150, 14,00 euro Solo in apparenza, Andrea Bajani, lascia i suoi temi consueti (la ricerca del lavoro, il precariato, i minuti casi umani registrati come denunce lievi della violenza di un'economia più incline allo sfruttamento che alla promozione delle cosiddette "risorse umane") per raccontare una storia. La storia a ritroso di Lorenzo – di lui, del suo presente, sappiamo poco di più del nome – attraverso la lente d'ingrandimento di un viaggio a Bucarest per i funerali della madre, Lula. Questa lente, come fosse un doloroso pretesto, evidenzia una memoria più grande, quella della dittatura di Ceausescu, che ha lasciato sulla città di Bucarest e sulla sua popolazione una sorta di marchio di fabbrica. L'immenso palazzo incombente del dittatore, unica vestigia incongruamente imposta al paesaggio urbano, è una presenza, assurda e ridicola, che accompagna Lorenzo nella sua "visita"agli uffici dell'azienda dove ha lavorato Lula, dopo averlo abbandonato. Ed è anche una citazione ricorrente nei discorsi con il socio/amante della madre, con la sua nuova amante/segretaria, con l'autista, con un altro italiano conoscente di Lula, una carcassa ancora vitale che suscita ambigui sentimenti, d'orgoglio e d'orrore. Andrea Bajani, questa volta, ha scelto l'emigrazione al contrario verso i paesi dell'Est, una meta per il riciclo di pseudoimprenditori, falliti in patria, ma ancora arroganti, alla ricerca di una seconda vita e di un possibile riscatto sulle spalle di paese naufragato. Il romanzo, molto efficace nell'individuare pochi elementi concreti su cui forzare l'attenzione del lettore (un venditore di cornette da doccia, la sparizione delle chiese, l'altra sponda del Danubio), riesce a far convergere la malinconia di un ragazzo che ha perso la madre inghiottita dal proprio egoismo e dal sogno di un luogo da colonizzare con il silenzio di chi ha dovuto pagare le conseguenze di quel sogno, di quella rapina, abbagliato da un altro sogno. "Gli abbiamo tolto il Medioevo dalla testa, a questa gente" sentenzia un Anselmi (prototipo del piccolo imprenditore italiano che in Romania ha trovato la terra dell'Eden, ragazze disponibili e libero mercato) invecchiato e sempre più irrequieto. E sarà proprio contro l'Anselmi che Lorenzo, per la prima volta nella sua vita, alza un no deciso, rifiutando di vendergli la quota dell'azienda ricevuta in eredità dalla madre. Un no ripetuto a Monica (l'amante dell'Anselmi) che vorrebbe fare l'amore con lui. Per non essere – almeno – connivente di un processo tanto disumanizzante. Con una scrittura sorvegliatissima disseminata di molte intuizioni, Andrea Bajani rimodula il tema del viaggio alla scoperta delle origini intrecciandolo alla seduzione delle sirene del capitalismo.
'Sardinia Blues' di Flavio Soriga Bompiani, 2007, pp. 276 16,00 euroPani, Corda e Licheri, tre amici, tre abbandonati inconsolabili, tre pirati in quell’oceano che è la Sardegna senza vip, senza cartoline, senza lusso. È la Sardegna vera, che non vuole più essere quella delle passioni deleddiane, dei rapimenti e d’inesprimibili linguaggi ancestrali, ma semplicemente isola di un selvaggio west in cui cavalcare tra persone che si conoscono, sparlano, si annoiano o un po’ si amano e locali di provincia che si fanno fondali simbolici di miraggi irrealizzabili. Non-luoghi del Montiferru campidanese di Soriga in un grande non-luogo che è la Sardegna contemporanea, che però lega indissolubilmente i tre protagonisti e ne pregiudica le vite arrabattate, complice uno smisurato spirito d’appartenenza. È Davide Pani l’io narrante, il malato, il rifiutato, la parte di Soriga che si dispera ma non vuole smettere di sognare. Sembra sudamericano, ha vissuto per un lungo periodo a Londra dove ha amato follemente una ballerina che ha poi perduto, è sardo profondamente sardo sempre più sardo: ma critica questa terra che adora, che sente sua ma vuole staccare dalla propria pelle. Credo tuttavia non si possa considerare senso d’appartenenza deviato. Piuttosto tenderei a parlare di coscienza di sé e di mero spirito critico: vivere l’isola stabilmente è un conto. Abitare in una metropoli come Londra e poi tornare in Sardegna è ben altra cosa. Ciò che è cambiato in Davide/Soriga è il punto di vista sull’isola, la capacità di guardare da fuori un popolo, i suoi costumi e le abitudini consolidate, e immaginare traccia di se stessi in quel magma irresistibile. Sembrerà più triste il paesaggio contemplato. Sembrerà poco normale abusare di comportamenti “provinciali”, farne spesso motivo d’orgoglio, e soprattutto restare fermi immobili a guardare quello che si è stati, alla Sardegna tramandata, senza provare a dire o pensare qualcosa che possa – seppur minimamente – cambiare le cose. Davide ha vissuto all’estero, è stato con una bellissima ballerina che l’ha lasciato (e questa è la sorte che accomuna lui, Corda e Licheri), ma c’è qualcos’altro a rendere più smaccata la sua amarezza – e a renderne più gloriosa la reazione, la voglia di non mollare: è talassemico, una malattia del sangue che lo costringe dalla nascita a continue trasfusioni, a controlli serrati e incessanti, e a sentirsi un vampiro in costante pericolo di vita. Mezzo chilo di sangue altrui ogni tre settimane gli regala la forza di resistere e gli concede – almeno per i primi giorni – un’energia fuori del comune; ma è il ferro a trasformarsi in nemico incontrollabile: se, come gli accadde una volta nell’infanzia, si concentrasse in una singola zona qualunque del suo corpo, rischierebbe di morire improvvisamente. Ma quello che la malattia comporta, e la consapevolezza che spinge Soriga a rivelare in questo romanzo per la prima volta tutto il suo disagio (ne I diavoli di Nuraiò, edito dal Maestrale, e in Neropioggia, da Garzanti, non erano presenti elementi autobiografici così sinceri e diretti), lo lascerei alla lettura del romanzo. Sarebbe tanto impossibile quanto ingiusto raccontare una confessione così sofferta. Almeno un punto andrebbe però accennato: quello dell’elemento “etnico” che fa insistente capolino tra le pagine del romanzo che va letto in questo caso come grande affresco bukovskiano (Sergio Pent) dell’isola appartenente alla letteratura sarda prima che italiana. Alle sue spalle non si può infatti eliminare l’apporto straordinario – forse irripetibile ma senz’altro trainante – del genio letterario di Sergio Atzeni. Dopo aver scavato dalla Sardegna a lui contemporanea (Atzeni morì in circostanze tragiche e adatte alla più disparate interpretazioni nel 1995) a quella del mito e della nascita, alla proto-Sardegna, aveva mostrato concretamente come popoli e lingue dovessero essere accostate per rendere – con fenomeni fonologici e profondamente metaforici – un mondo altro, senza tempo né confini, ma che proprio grazie all’influsso della pluralità e della commistione potesse ricercare una delle possibili verità. Ecco il passaggio fondamentale da cui Soriga parte per la sua lingua spesso “sporcata” e cadenzata dal sardo, ma anche dall’inglese, dallo spagnolo... Davide ha già nel suo stesso corpo tracce culturali altrui: le trasfusioni iniettano nel suo corpo di vampiro anime differenti, geni e caratteristiche di altri popoli. È come se in lui vivessero le diversità che vorrebbe arricchissero il panorama provinciale sardo: le ballerine, che rappresentano insieme la delusione dei tre pirati e il loro sogno di un futuro meno claustrofobico, sono lo specchio di una possibile apertura.
'Accademia Pessoa' di Errico Buonanno Einaudi, 2007, pp. 185, 10,00 euro "Lì in su lo bosco della Val Brembana, poc’oltre casa Tramaglino, nell’area in cui, quasi d’un tratto venivano ad interrompersi i vigneti, ed i frutteti, e i campi vasti di frumento sì abbondanti in quella zona d’alta Italia…" Una misteriosa traduzione dallo spagnolo del “mai scritto” capitolo 39 de I Promessi Sposi può uccidere? Domanda curiosa, eppure questo manoscritto sembra custodire il segreto dell’inspiegabile morte del vecchio e ormai fallito scrittore Alonso Navarro, trovato senza vita nella sua umida e polverosa soffitta di Montevideo; ma anche del suicidio/omicido degli appartenenti ad un’associazione segreta chiamata “Fernando Pessoa”, di cui il sig. Navarro era l’ideatore ed indiscusso maestro. Hamete Benengeli, nano di origini africane, traduttore in una piccola casa editrice e membro della suddetta accademia, tenta svelare il mistero cercando nel contempo di comprendere il reale valore e significato di questa segreta setta di amanti/odiatori e schiavi del Libro. Ci troviamo di fronte ad una stravagante indagine, ad un noir ricco di citazioni e personaggi letterari come Genaro Solina nemesi di Garcia Marquez, Ramon Rodriguez traduttore uruguayano di Manzoni, innamorato di Anita Garibaldi, Miranda Novarro vedova del defunto Alonso Novarro e femme fatal fino ad arrivare al nostro Benengeli (leggendario autore del testo arabo da cui Cervantes dichiara tradotto e raccontato le vicende di Don Chisciotte). Una storia affascinante, che stimola fantasie e riflessioni sulla vita, sulle passioni, sull’amore e sul ruolo della letteratura, che può ispirare, nutrire, guidare e a volte uccidere. E dov’è la verità….nel fatto che I Promessi sposi siano l’unico vero libro, dal quale non ci si può scostare, ma il cui seguito rappresenta l’intera successiva letteratura mondiale? Se così fosse si seguirebbe la teoria del “manoscritto del baule”, secondo cui nulla di originale si può scrivere, e l’unica opera letteraria ancora possibile è il plagio. Quest’idea assurda e curiosa è a primo impatto deprimete, ci fa sentire aridi, tristi e in qualche modo irrimediabilmente condannati. Ma ad una seconda lettura, scendendo un po’ sotto la superficie, si potrebbe anche supporre che Buonanno invece voglia scuoterci perché non si arrivi all’unica conclusione che la vita, come un romanzo, dopo un po’ annoia non solo chi legge ma, soprattutto, chi scrive. E forse quegli scrittori aridi di Montivideo, sterili e destinati alla distruzione sono l’esplicazione di un percorso che attraverso molte sofferenze, ripensamenti e delusioni può portare ad una nuova serenità, ad una novella curiosità: per l’uomo nell’esplorare ogni aspetto della vita afferrando nuovi stimoli; e per lo scrittore nell’ascoltare, inventare e rraccontare le infinite storie che il mondo riserva. Questo meta-romanzo dallo stile grottesco, se da un lato rivela grande originalità e inventiva dell’autore, dall’altro tuttavia pone in lettore in qualche difficoltà di fruizione. Prima di poter arrivare e poi a riflettere sugli interrogativi proposti da Bonanno, è necessario superare un grande scoglio: riuscire a seguire il filo della vicenda e dei suoi molteplici personaggi nel costante cambio di narratore, circostanza e situazione. Non è facile, infatti, barcamenarsi tra le pagine in bianco e nero senza perdersi nelle parole che si mescolano vertiginosamente così come le idee, rallentando una lettura che avrebbe dovuto e potuto essere più fluida e gradevole.
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